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Piccolo_2011-06-12

IL PICCOLO – domenica 12 giugno 2011
(Gli articoli della presente rassegna, dedicata esclusivamente ad argomenti di carattere economico e sindacale, sono scaricati dal sito
internet del quotidiano. La Cgil Fvg declina ogni responsabilità per i loro contenuti)


INDICE ARTICOLI
REGIONE (pag. 2)
- Boom di passeggeri a Ronchi: +29% nel 2011
- «Non ci ridurremo la paga». I sindaci contro Romoli
TRIESTE (pag. 4)
- Cassa integrazione, chieste 122mila ore
- Diaco, Nas nelle farmacie. Sequestrato il Tradamix
(2 articoli)
GORIZIA-MONFALCONE (pag. 6)
- Un milione di euro fermi. Mille compensi a rischio
(2 articoli)
- Riprende il confronto alla Sbe tra la proprietà e i sindacati

REGIONE
Boom di passeggeri a Ronchi: +29% nel 2011
di Luca Perrino TRIESTE L’aeroporto di Ronchi dei Legionari ancora una volta con il segno più. I
dati diffusi ieri da Assaeroporti parlano chiaro: nei primi cinque mesi del 2011 sono arrivati e partiti
323.255 passeggeri, contro i 250.529 del 2010 e con una percentuale in positivo che è del 29%.
Grande merito va all’avvio del nuovo collegamento Alitalia con Milano-Linate, che ha permesso di
volare su questa tratta a oltre 20mila persone, ma anche a un aumento dell’indice di gradimento
dimostrato dalla clientela sui voli internazionali. Nello specifico sono stati 188.328 i passeggeri sui
collegamenti nazionali, contro i 149.178 dello scorso anno, con una crescita del 26,2%, mentre su
quelli internazionali hanno volato 126.012 persone (erano state 94.564 lo scorso anno) con un
aumento del 33,3%. E ancora i voli di linea low cost, quelli che a Ronchi sono operati da Ryanair,
hanno visto una crescita dei passeggeri del 55,4% (103.881 nel 2011 e 66.831 nel 2010), mentre
quelli tradizionali hanno registrato un balzo in avanti del 19%, con 210.459 utenti nei primi cinque
mesi di quest’anno e 176.911 nel 2010. Positivo anche il solo mese di maggio, con 78.118
passeggeri, contro i 65.055 del maggio 2010 ed una crescita del 20,1%. Sui voli di linea nazionale il
trend è stato del 20,3%, su quelli internazionali del 28,8%, mentre i voli low cost e quelli full
service hanno rispettivamente registrato un +30,9% ed un + 20,3%. Segnali confortanti anche per il
futuro che il presidente della societò di gestione sottolinea non senza un pizzico di soddisfazione.
«L’aeroporto sta vivendo una nuova stagione – ha commentato Sergio Dressi – frutto del lavoro del
nostro ufficio commerciale, ma anche potendo contare su quel socio unico, la Regione, che crede
nelle nostre potenzialità e in ciò che lo scalo può rappresentare per l’economia del Friuli Venezia
Giulia». E dopo l’avvio dei voli dalla Russia, pienamente operativi da oggi, Ronchi dei Legionari
attende quello dei charter estivi. Lo scalo regionale è stato inserito nel catalogo “JuliAmare 2011”
che, dal 25 giugno al 10 settembre, prevede voli e pacchetti turistici nelle isole greche di Kos e
Samos.
«Non ci ridurremo la paga». I sindaci contro Romoli
TRIESTE Mettere il Governo nella condizione di cofinanziare la terza corsia riconoscendo alla
Regione una quota del gettito regionale prodotto dal nostro territorio. In pratica, allo Stato non si
chiederanno nuovi soldi, ma semplicemente di lasciarci gestire una quota delle compartecipazioni
provenienti dal gettito pensionistico, visto che dell’opera che si realizzerà beneficerà l’Italia tutta,
collocandola sulle assi transeuropee. Questa la proposta lanciata dal presidente della IV
Commissione consiliare regionale, che si occupa di infrastrutture, Alessandro Colautti, alla vigilia
dell’avvio della trattativa con lo Stato sul federalismo. «Auspico che questo possa essere il percorso
vincente che seguirà il governatore Renzo Tondo».di Marco Ballico wTRIESTE Ettore Romoli, la
sua battaglia, l’avrebbe anche vinta. Il sindaco di Gorizia, da presidente del Consiglio delle
Autonomie, ha condiviso con l’assessore Andrea Garlatti la norma che cancellerebbe un incredibile
divieto per i sindaci del Friuli Venezia Giulia: ridursi l’indennità. Lo vorrebbero fare «a decine», fa
sapere l’assessore alla Funzione pubblica. Solo una facoltà, sia chiaro, nessun obbligo. Ma l’Anci
Fvg non condivide. Al punto da pretendere l’abrogazione del provvedimento già approvato
all’unanimità dal parlamentino degli enti locali, ora costretto però a rivotare la norma giovedì 16
giugno. Romoli, nel maggio 2010, aveva scoperto che, da sindaco, non ci si può ridurre la paga.
«Non potevo crederci, ma è così», ricorda. Il divieto è tra le righe della legge 13 del 2002:
l’indennità viene fissata dalla giunta regionale e non può essere ritoccata né all’insù ma nemmeno
all’ingiù. Sindaco, giunta, presidente del Consiglio comunale di Gorizia hanno rimediato
incassando e poi devolvendo al Comune il 5% di autoriduzione, con la beffa però di dover pagare le
imposte sul totale pur non percependo l’intero stipendio. Diventato presidente del Cal, Romoli
sollecita la Regione a risolvere il caso. L’occasione propizia arriva con la giunta Tondo al lavoro
sulla nuova disciplina che regola gli emolumenti degli amministratori locali. Al punto 23 viene
inserita la facoltà di rinuncia, in tutto o in parte, alle indennità di funzione e di presenza. Tutto fila
liscio, lo scorso 18 maggio. Il Cal approva il provvedimento, punto 23 compreso. È fatta? Macché.
L’Anci Fvg riunisce il comitato esecutivo e blocca tutto. L’associazione dei Comuni, si legge in una
nota firmata dal segretario generale Lodovico Nevio Puntin, chiede all’assessore Garlatti di
«espungere il punto 23». A corredo si leggono le perplessità del sindaco pidiellino di Sacile Roberto
Ceraolo che parla di «salto all’indietro», fatte proprie dal comitato esecutivo Anci che, appellandosi
al rispetto del patto interistituzionale 2008 tra Regione ed enti locali per il contenimento del costo
delle istituzioni (sic), rimanda a una «riflessione di sistema», così la definisce il presidente uscente
Gianfranco Pizzolitto. Garlatti, causa il “niet” dell’Anci, deve far slittare da settimane il passaggio
in giunta della delibera. «È un nodo che va sciolto dalle autonomie - spiega l’assessore - attendo le
prossime indicazioni. Ma osservo che sono decine i sindaci intenzionati a ridursi l’indennità».
Romoli, sorpreso, non può fare altro che riconvocare il Cal, giovedì prossimo, per una nuova
votazione: «Insisterò sulla mia posizione, sono curioso di vedere come andrà a finire». Se cioè in
Fvg sarà ancora vietato ridursi lo stipendio.
TRIESTE
Cassa integrazione, chieste 122mila ore
di Giuseppe Palladini Cifre che fanno rabbrividire, e che pongono una pesante incognita sui
prossimi mesi. Il quadro della cassa integrazione in aprile e maggio, con le richieste balzate da 45
mila a 122 mila ore, fa dire al consigliere regionale Pd Sergio Luperi che «non siamo assolutamente
fuori dalla crisi». A preoccupare è in particolare la cassa integrazione straordinaria, per aziende in
crisi o da ristrutturare. Nel giro di un mese le ore sono schizzate a livelli stellari: dalle 1.432 di
aprile alle 76.434 di maggio. «L’aumento della cassa integrazione straordinaria - sottolinea Lupieri
- significa aumento della disoccupazione e diminuzione dei posti di lavoro. Occorre un vero e
proprio piano, da affidare alle amministrazioni locali, in grado di mobilitare programmi di lavoro
straordinario». A soffrire sono anche le imprese minori, artigiane e commerciali, la cui “Cig in
deroga” è salita da 138.857 ore in aprile a 34.924 in maggio. L’unico dato in controtendenza viene
dalla cassa integrazione ordinaria, richiesta per situazioni di mancanza di commesse e riduzione del
mercato, scesa da 30.202 ore in aprile a 10.726 in maggio. Cifre, tutte queste, che non sorprendono
il mondo sindacale, che la “febbre” della crisi la misura giorno per giorno. «Da tempo avevamo
avvertito che le punte della crisi dovevano ancora arrivare - rimarca Umberto Salvaneschi,
segretario provinciale di Fim-Cisl - e questi dati dicono che ci siamo dentro. La Cig ordinaria che
cala e quella straordinaria che aumenta - osserva - dimostra che la crisi sta diventando strutturale,
con ristrutturazioni e tagli. E ciò la dice lunga sulla serietà della situazione, che necessita di una
forte sterzata da parte delle istituzioni, di un piano industriale per il territorio». Il quadro delle cifre
è già abbastanza allarmante, ma ci sono situazioni che non vengono fotografate da queste
rilevazioni. «Decine e decine di lavoratori somministrati (inviati alle aziende dalle agenzie, con
contratti a tempo determinato, ndr) sfuggono a questi conteggi - rileva Enzo Timeo, della segreteria
provinciale Uil - ma costituiscono una fetta importante, considerando che attualmente a Trieste i
disoccupati sono circa 7mila». «È un quadro assolutamente preoccupante, una situazione molto
seria - commenta a sua volta Adriano Sincovich, segretario provinciale della Cgil - che dobbiamo
porre con forza agli enti locali. Le cifre confermano la stasi dell’economia triestina, con fenomeni
di fibrillazione nell’industria e col rischio di pesanti situazioni per la Ferriera, la Sertubi la Wärtsilä
e l’Alcatel. La priorità assoluta - conclude - è la ripresa economica, e l’assenza della Regione è
preoccupante. Cosa fa l’assessore Seganti per la sua città?».
Diaco, Nas nelle farmacie. Sequestrato il Tradamix
di Claudio Erné Bufera forza nove attorno al “Tradamix”, il prodotto a cui il gruppo Diaco ha
affidato buona parte delle proprie possibilità di uscire dalla crisi finanziaria che lo sta attanagliando
da un anno e che ha indotto il pm Federico Frezza a chiedere il fallimento di una delle società
controllate, la “Laboratori Biomedicali spa.” I carabinieri del Nucleo operativo antisofisticazioni di
Udine hanno sequestrato ieri in almeno tre farmacie di Trieste una quindicina di scatole di quello
che la ditta di Pierpaolo Cerani definisce “integratore alimentare” e di cui consiglia “l’uso solo
maschile”. Nel foglietto delle istruzioni viene affermato che il principale componente vegetale, il
Tribulus terrestris, “stimola la produzione di testosterone”. Mentre i polifenoli di un altro
componente, l’alga Ecklonia Byciclis Kielleman “riescono a esplicare un’azione protettiva
importantissima sui corpi cavernosi nonchè preventiva dell’invecchiamento». I carabinieri hanno
agito di propria iniziativa nell’ambito di una inchiesta già aperta dallo scorso autunno in cui veniva
ipotizzato per il “Tradamix” la violazione della legge sulla produzione e messa in commercio dei
farmaci. La legge è conosciuta come 219/2006 e nove mesi fa aveva portato al sequestro di quasi
centomila capsule. Poi la Diaco aveva modificato uno dei componenti del prodotto e nel foglietto
illustrativo le parole «azione terapeutica» erano state modificate in «azione protettiva». La modifica
avrebbe dovuto evitare che il “Tradamix” fosse identificato come farmaco con ciò che ne consegue
sul piano della sperimentazione e della omologazione, ottenuta solo come “integratore alimentare”.
Certo è che i sequestri effettuati ieri rischiano di coinvolgere nell’inchiesta anche i farmacisti,
l’ultimo segmento della catena di commercializzazione. Nelle prossime ore i carabinieri riferiranno
alla Procura della Repubblica che sarà chiamata a ratificare il loro operato. Non è difficile
ipotizzare che in queste ore il management del gruppo sia in apprensione perché il “Tradamix”
rappresenta la principale ancora di salvezza finanziaria per la loro azienda dia tempo in profondo
rosso. In effetti i sequestri giungono in un momento critico per il gruppo Diaco che ha annunciato al
presidente del Tribunale civile Giovanni Sansone di aver debiti con le banche per 20 milioni e 800
mila euro. Nella stessa udienza convocata giovedì scorso per discutere della richiesta di fallimento
della “Laboratori Biomedicali Diaco spa” avanzata dal pm Federico Frezza fin dallo scorso
dicembre, i manager del gruppo “Deloitte”, una delle maggiori società europee di analisi e gestione
del rischio, hanno annunciato ai magistrati e ai rappresentanti delle banche creditrici che il
“Tradamix” dovrebbe generare nove milioni di utili nel prossimi 30 mesi, consentendo il
salvataggio dell’azienda e il mantenimento del posto di lavoro dei 120 dipendenti. Ora tutto rischia
di ritornare in gioco.
Un’azienda che resta in bilico
Il primo piano di salvataggio della “Laboratori Biomedicali Diaco spa” pronto ad aprile non è stato
accolto dalla banche creditrici dopo due mesi di attenta valutazione. L’azienda ne sta predisponendo
un secondo che avrebbe dovuto essere presentato il primo giugno ma la cui versione definitiva non
è ancora stata messa a fuoco in tutti i dettagli. Serve altro tempo, un mese o poco più. Se gli istituti
di credito non forniranno alla “Laboratori Biomedicali” altri tre milioni di euro entro la fine di
luglio, le catene di produzione si fermeranno per mancanza di materie prime, di denaro pe pagare le
forniture elettriche. Non saranno i giudici a decretare la fine di questa esperienza industriale, bensì
le banche. Per uscire da questo quadro a tinte fosche, l’azienda e i manager della “Deloitte” hanno
messo a punto un piano di salvataggio a cui dovrebbero aderire l’Unicredit e la Banca Intesa - San
Paolo, gli istituti più esposti finanziariamente con il gruppo di Piepaolo Cerani. I prodotti a cui il
piano affida il futuro sono tre: il Tradamix, di cui in ballo la definizione. Non si sa se si tratta di un
integratore alimentare come annuncia l’azienda o di un farmaco come ipotizzano i magistrati e i
carabinieri del Nas. Il secondo prodotto “salvagente” è il Diafuser, una pompa adatta all’infusione
di farmaci per terapie oncologiche, antibiotiche, antalgiche e antivirali. Ed infine la produzione di
paracetamolo, il principale componente della Tachipirinae di altri analoghi farmaci. Per incentivare
quest’ultima produzione, il gruppo Diaco ha installato una nuova linea di produzione del valore di
un milione e 400 mila euro. La “linea” è stata ottenuta da una azienda produttrice che non ha
ricevuto un euro per la fornitura: l’accordo prevede che i pagamenti avvengano nel momento in cui
l’aumentata produzione e vendita di paracetamolo, produca degli utili. La fornitura di questa linea
può esser letta in due modi: come una manifestazione di fiducia nella possibilità di uscita dalla crisi,
ma anche come un scommessa, una puntata alla roulette sul rosso o sul nero della Diaco.
GORIZIA-MONFALCONE
Un milione di euro fermi. Mille compensi a rischio
di Francesco Fain Un milione di euro fermi. Oltre mille persone (in larga parte precari del mondo
della scuola) in attesa. Sono gli effetti della chiusura della Direzione territoriale dell’economia e
delle finanze (Dtef) avvenuta il primo marzo scorso: parte delle competenze sono state trasferite
alle Ragioneria territoriale dello Stato (Rts). Il problema nasce dal fatto che quest’organismo è a
ranghi ridotti e non ha le competenze necessarie. A denunciare la «paradossale situazione» (così la
definiscono) sono Massimo Bevilacqua della Fp-Cisl e Lorenzo Galante della Fp-Cgil. La
situazione «Alla Direzione territoriale dell’economia e delle finanze (Dtef) - denunciano i sindacati
- questi servizi erano assicurati da 11 dipendenti e, pertanto, con una situazione di partenza già in
sotto organico. Una volta chiuso il servizio, alla Rts sono passati circa 600 provvedimenti (da
lavorare) relativi al pagamento di ferie non godute; altri 300 provvedimenti (da lavorare) riguardanti
ricostruzioni di carriera; numerose pratiche da regolarizzare. Inoltre l’archivio corrente, non
aggiornato, non permette la consultazione dei fascicoli degli amministrati», denunciano Bevilacqua
e Galante. C’è di più. La chiusura dell’ufficio ha comportato la contestuale apertura di una sede
provinciale dell’Azienda autonoma dei monopoli di stato (Aams) alla quale sono transitati 7 degli
11 dipendenti. Per inciso, Cgil e Cisl sottolineano che proprio i sette dipendenti “transitati”
all’Aams costituivano la professionalità per il disimpegno dei servizi stipendi e pensioni. Con il
contestuale collocamento a riposo di una dipendente dei 4 transitati il personale effettivo della Rts
al Primo marzo risulta essere composto da 14 unità contro le 22 (Rts+Dtef) unità in servizio al 28
febbraio 2011. L’appello Ciò ha comportato problemi. Reali. Gli stipendi (fortunatamente) sono
garantiti in quanto già registrati in banca dati, ma «aprire una nuova partita di stipendio, applicare
una ricostruzione di carriera, riconoscere il pagamento delle ferie non godute, applicare ritenute
previste per legge, rilasciare attestazioni, erogare il servizio di assistenza fiscale, rimborsare un
deposito definitivo non è semplice». Per questo, i sindacati hanno incontrato il prefetto Marrosu e le
hanno chiesto di attivarsi affinché ci sia da subito «un affiancamento per formazione sulle nuove
competenze dal personale transitato all’amministrazione dei monopoli di Gorizia, per tutto il tempo
necessario al recupero delle pratiche in essere». Non solo. Si chiede e si auspica «l’assunzione di
nuovo personale esperto in comando velocizzando le pratiche in evidenza», ma anche «di assumere
personale esperto in mobilità intercompartimentale da altri enti, lista di priorità nei servizi da
erogare, togliendo eventuali responsabilità ai dipendenti della Rts per pratiche inevase, che
potrebbero influire negativamente anche sulla valutazione individuale».
Bevilacqua (Cisl): si corra subito ai ripari
«È evidente dai numeri che se non verranno presi dei provvedimenti, non sarà possibile garantire
tutti i servizi». Lo dicono chiaramente i sindacati nella persona di Massimo Bevilacqua della
Funzione pubblica-Cisl (nella foto) e Lorenzo Galante della Funzione pubblica-Cgil. Oltre a loro
due all’incontro con il prefetto erano presenti anche Luca Manià, segretario generale territoriale Fp-
Cgil e Renato Eufrate rappresentante interno Rsu. Sono stati loro a descrivere la situazione. «Si
ritiene opportuno rammentare - scrivono le forze sociali in un documento - che il personale in attesa
(circa mille persone) di somme importanti (1.000.000 di euro circa) ha già svolto il proprio lavoro
ed è, nella stragrande maggioranza dei casi, personale precario del mondo della scuola. In questa
vicenda viene leso nel suo diritto fondamentale: quello di percepire gli emolumenti dovuti in
relazione ad una prestazione lavorativa resa». «Inoltre, molte di queste pratiche sono a rischio di
prescrizione con tutte le conseguenze del caso che ricadrebbero in caso di un eventuale danno
erariale, su dipendenti pubblici che hanno sempre svolto e continuano a svolgere il proprio lavoro
con attitudine è professionalità, e che a causa di scelte scellerate calate dall’alto, si troverebbero a
dover rispondere anche economicamente per errori altrui. Si chiede dunque il suo intervento presso
l’amministrazione centrale affinché ponga in essere tutte le soluzioni possibili ed immediate, al fine
di riportare l’ufficio in questione in condizioni di dare le risposte ai cittadini/dipendenti, nei termini
di diritto».
Riprende il confronto alla Sbe tra la proprietà e i sindacati
Riprese le trattative alla Sbe tra sindacati e azienda dopo uno stop durato alcuni mesi. Dopo un
accordo sulla cassa integrazione, la cui gestione all’epoca, ricorda oggi il direttore della
Confuindustria di Gorizia, Flavio Flamio, fu apprezzata anche dal sindacato, successivamente però
il sindacato stesso sporse una denuncia nei confronti dell’azienda, adombrando supposte
irregolarità, peraltro non confermate da una successiva visita degli organi ispettivi. Era seguito un
duro intervento del direttore degli industriali, che, in buona sostanza, aveva detto «Se il sindacato
non trova di meglio che denunciare gli imprenditori, allora vuol dire che ha dismesso il suo ruolo di
negoziatore». «Dopo vari incontri con le segreterie confederali e con la proprietà della Sbe, sembra
ora che si possa ritornare a quello che - sono le parole di Flamio - è l’unico luogo deputato ove
parlarsi: un tavolo di confronto». E’previsto infatti per la prossima settimana un incontro presso la
sede di Confindustria tra i segretari di Cgil, Cisl e Uil e la proprietà dell’azienda monfalconese.
«Scopo dell’appuntamento - secondo il presidente della Confindustria Gianni Di Bert - è
ricominciare a parlare. Azzeriamo tutto e ripristiniamo la normalità dei rapporti. In fin dei conti,
anche a detta dei sindacati stessi, la Sbe ha sempre rappresentato un modello di gestione delle
relazioni industriali e l’azienda è stata più volte citata come attenta alla realtà economica e sociale.
Se qualcosa ha inceppato il meccanismo sono state parole, atteggiamenti inopportuni, strumentali o
male interpretati. Niente che non possa essere superato con una normale dose di buona volontà e
sano realismo». Si riapre il dialogo, dunque, in un momento che però rimane quantomai delicato per
le relazioni industriali. Lo stesso Flamio aveva parlato di “irragionevoli” vertenze presso altre
aziende. «E non dimentichiamo poi - aggiunge ora - che, sullo sfondo, rimane sempre aperta la
questione Fincantieri, momentaneamente congelata dal ritiro del piano di ristrutturazione, ma che
dovrà a breve riaprirsi; e rispetto ad essa servirà la massima capacità di dialogo tra Confindustria,
azienda e sindacati, anche locali».

Source: http://www.cgilfvg.it/media/download2/1785_2656_documenti.pdf

Vering.doc

SÃO FRANCISCO E AS ESTRUTURAS* Tempos de transição são sempre também tempos em que se questionam as estruturas recebidas do passado. Elas entram em crise, são contestadas na medida em que parecem opor-se ao dinamismo da nova vida, ou são defendidas em nome de valores tidos por inalienáveis. Desde que se entenda a realidade social, política e eclesial por algo de orgânico, não se pod

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