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L’uomo mi squadrava ostile, dall’altra parte della scrivania. Spostava lo sguardo dalla cartelletta bian-ca al mio addome dolente. Miomatosi multipla. Al-gie pelviche. Emoglobina 7.1 (un disastro). Il resto nella norma. Scivolai ancor più sulla sedia, a disagio, con la schiena ricurva, per sfuggire a quegli occhi che mi frugavano dentro, avidi, cattivi e puntuti.
“Lei sa come sarà l’intervento? Toglieremo l’ute- Sbiancai ancor più. L’utero, d’accordo, me ne sepa- ravo volentieri: era diventato grosso come un cocome- ro d’agosto, sbucava orrendo da sotto i maglioni e mi Marina Morpurgo, Sono pazza di te (ma fino a un certo punto) stava facendo impazzire di dolore. A casa lo chiama- vamo Alien, così per ridere un po’. Ma le ovaie, quel- le stavano benone, due soldatini impavidi che ogni mese facevano il loro dovere, pompando ormoni e tenendo lontani quei disturbi atroci della mezza età di cui qualcuna, che già ci stava passando, mi parlava sottovoce con tono desolato: cellulite, aumento pon- www.astoriaedizioni.it
derale, secchezza vaginale (nei casi più tragici: con prurito), pianti incontrollati e immotivati (chiamali dovessero cancerizzare e un giorno dovesse venirci immotivati, quando non ti si chiudono più i calzoni e sei grinzosa come una mummia), crollo del desiderio Invece mi venne uno sguardo di rassegnazione sessuale, tachicardia, sudorazioni notturne e diurne, bovina, uno sguardo da paziente ospedaliera non forse anche incontinenza ma magari mi confondevo pagante e indifesa e dissi: “Ho capito, dottore”. Lui scribacchiò qualcosa, seccatissimo perché avevo osa- Così raddrizzai un po’ la schiena, per quel che riu- to opporre una resistenza, sia pure effimera, quasi scivo, e dissi fieramente, con voce ferma: “Ma le ovaie nominale, in onore della mia femminilità (effimera L’uomo in camice bianco mi fulminò con un’oc- Io sprofondai ancor più nella sedia immaginan- chiataccia e un guizzo nervoso del labbro superiore. domi mostruosa, un enorme blob menopausale cel- La luce mortifera del neon ospedaliero gli rimbalzò lulitico, sudato, rugoso, con i muscoli privi di tono sulle lenti degli occhiali con un angolo strano, e gli – questa prima l’avevo dimenticata, il muscolo flo- diede un’aria feroce. Il camice bianco gli si gonfiò scio – tachicardico e piangente con la vagina secca e all’altezza del torace, per lo sdegno.
priva di desideri (provvidenzialmente, direi, visto che “Le ovaie le togliamo,” sil abò, come parlando a una a quel punto chi mai avrebbe avuto lo stomaco di sorda o a una demente o a una demente sorda,“perché accostarsi). L’ecografista mi guardò con tenerezza, e intanto incrociò le mani sulla pancia, si vede che ave- va paura anche lei, per i suoi organi che un giorno “Inutile!” disse lui, colpendo la cartelletta bian- ca con la biro. “Quanto funzioneranno ancora? Un anno? Due anni? Qui le togliamo, di regola. Che se poi dovessero cancerizzare, non ci si venga casomai Il reparto in cui mi ricoverarono era intitolato a suor Ildefonsa. Il suo ritratto ci fissava arcigno dal a parete Lì per lì mi venne il nervoso, mi stava saltando che portava al a sala da pranzo. Suor Ildefonsa ave- la mosca al naso, una voglia incredibile di propor- va un viso duro sotto il cappel one, pareva anche un gli un’ablazione dei testicoli, di regola, tanto cosa se accenno di baffi, sì insomma sembrava un travestito, ne fa, non mi pare proprio un giovanotto neanche forse era nata direttamente senza ovaie e per quel o era lei, magari passa le serate a guardare la televisione, tanto amata e rispettata dal personale medico, un lavo- vogliamo togliere quei due organi inutili, sai mai che ro in meno per i chirurghi, un organo inutile in meno.
Noi pazienti vivevamo nel terrore di vederla com- Il primario aveva una parola brusca per ognuna, parire da un momento all’altro per sgridarci di qual- nessuna d’altra parte aveva la coscienza pulita, quel- cosa (io per esempio avevo sgraffignato in terza gior- la faceva la pipì torbida, quel ’altra si ostinava a non nata a colazione – dopo l’intervento – un morsetto di evacuare, io poi avevo sempre mal di testa e l’addome pane, mentre sul mio ruolino di marcia c’era scritto dispettosamente gonfio benché a quel punto vuoto solo fette biscottate e già me ne avevano dette tante come un tamburo, a parte s’intende quei pochi gram- che mi aspettavo di morire da un momento all’altro mi di pane rinsecchito. Lui control ava le mutilazioni, per quegli stupidi cinque grammi di pane rinsecchi- sì insomma le medicazioni, perennemente insoddi- to). Poi un pomeriggio, nella noia di quei giorni che sfatto, offeso, la fronte aggrottata, crepa che mai sor- parevano fatti di 72 ore e infiniti minuti tutti uguali ridesse, strappava cerotti, sfilava cannule di drenaggio – il sole e la luna erano come immobili nel cielo –, senza preavviso, straziandoti la pancia: una belva.
aguzzammo lo sguardo sulla didascalia del ritratto e Poi arrivò il pomeriggio del terzo giorno. Sulle scoprimmo con sollievo che Ildefonsa era deceduta prime pensai di aver avuto un’allucinazione. Avevo da almeno vent’anni, pace all’anima sua, e quindi visto passare in corridoio un tizio in camice bianco, almeno di lei non c’era da aver paura.
moro e bellissimo. Sbattei le palpebre e maledissi per Di lei, perché del primario e dei suoi uomini si ave- l’ennesima volta la morfina e i suoi effetti collaterali. va tutte un timor panico. Al mattino per fortuna il Poi il moro bellissimo si affacciò sulla porta e mi fece professore – un luminare, bravissimo – iniziava il giro un sorriso dolce: “Come andiamo? Tutto bene?”.
dal a parte dei seni recisi, al ’altra estremità del corri- No, rantolai, ho tanto mal di testa e la nausea. Ho doio. E così si faceva in tempo a dare l’al arme. “Ar- vomitato sugli zoccoli del a caposala e anche sul a scala riva l’odioso! Via! Via!” e sul linoleum era tutto uno antincendio, mentre cercavo di prendere aria. Esaurita scalpicciare di pianel e rosa e celesti e verdine in fuga, la confessione mi rattrappii nel letto, per timore che mi tutte a infilarsi al a svelta sotto le lenzuola fingendo strappasse qualche altra cannula dal e interiora.
una grande concentrazione sul compito di risanarsi Lui invece entrò, mi fece una carezza – aveva le senza storie, dimenticando i vari pezzi più o meno mani fresche – e staccò la flebo, piano piano: “È col- inutili persi in corso d’opera. Solo che era un disastro pa di questa. Le tolgo la morfina. Ora vedrà che sta- perché qualche sadico aveva acceso il riscaldamento rà meglio. Se ha dolori le daranno un Toradol. Darò a tutta manetta anche se fuori c’erano venti gradi, e sotto la copertina c’era da svenire solo a cercar di re- Uscì. Io sprofondai finalmente nel sonno. Mi sve- sistere dieci minuti. Tanto il gasolio non lo pagava lui.
gliai che fuori era ancora chiaro, la testa leggera, niente dolore, niente nausea. Aprii un occhio, poi so nei corridoi, nelle camere operatorie, nelle stan- l’altro, cautamente, incredula di tanta fortuna.
ze di risveglio, a volte in contemporanea – a esser Mi alzai e uscii in corridoio: dovevo assolutamen- pignole e a fare due conti – e qui e lì e là. Era alto te parlare con qualcuno. Vicino alla finestra c’era- 1.85, 1.90, 1.95, a volte anche due metri, ma comun- no tre tipe, con i loro tubicini. Erano, mi pareva, que sempre moro e bellissimo, sorridente e dolce. La la stanza 8, letto a, e la stanza 10, letti a e b (i nomi sua apparizione era accompagnata da un profumo non usavano, erano stati depositati all’ingresso, in- di viole, o di mughetti, adesso che ci pensavo bene sieme agli oggetti di valore perché la direzione non anche a me era parso di sentire, durante la carezza, una fragranza deliziosa, ma di fresie.
L’unica che non l’aveva visto era la stanza 7 letto b, ma la signora era una rimbambita grave che passava “Quel medico alto, gentile e bellissimo.” ore e ore in sala da pranzo incol ata al o schermo del “Uno moro?” chiese la stanza 8 a.
televisore, con il volume al massimo, guardando ipno- tizzata qualunque cosa, dal gran premio di Formula uno al a Maria De Filippi. Quel a sera a cena un po’ per euforia un po’ per vendetta le nascondemmo il “Allora l’ho visto,” disse lei.
telecomando, ridacchiando, in modo da riportare un “Anche io, ma secondo me è almeno 1.90. Era ai rigenerante silenzio e poter parlare di quel e appari- piedi del letto quando mi sono svegliata dall’aneste- zioni miracolose senza dover ricorrere al a lettura del sia,” precisò la 10 a, tutta contenta.
labiale, come le sere precedenti. “In fondo si può far Si creò uno strano clima di entusiasmo. Il cica- finta che questo è un albergo a quattro stel e, e che leccio (tanto era pomeriggio e non c’erano da teme- siamo al mare, sotto a un pergolato,” disse una, scuc- re incursioni dell’odioso, circondato dai sottoposti chiaiando con insolito vigore quel purè che pareva ce- atterriti, e neanche di suor Ildefonsa visto che gra- ziaddio era morta) attrasse l’intero reparto fuori dalle stanze. Vennero anche le più malconce, quelle piene di tubi e di inquietanti sacche rossastre, trascinando Il giorno dopo quando l’odioso arrivò il reparto le gambe con una mano a sostenere la pancia, ma era in pieno parapiglia. Un chiasso micidiale, ma allegro, vitale, un gallinaio, un picci-picci incon- Saltò fuori che l’avevamo visto tutte. Era compar- tenibile. Le infermiere erano sfinite, alle prese con misteriose perdite di sangue, non preoccupanti, no: Tornai a casa, senza più Alien a darmi il tormento. Dopo quella carezza avevo cominciato a galoppare Il primario era fuori di sé, nessuna si faceva trovare a per le corsie, invece di trascinarmi con aria morente. letto, tutte in giro e bisognava chiamarle per il control- Mi sbatterono fuori con largo anticipo, così si libera- lo. Nessuna si presentava diligentemente con cognome va anche il letto, tanto non ci stavo più neanche un nome, nel a remota speranza di avere un saluto. Nessu- momento. Ma avevo una paura maledetta. Di notte na lo salutò. Insomma, non lo stava proprio cagando non chiudevo occhio, in attesa del tracollo. Me ne nessuno. Schiacciava addomi con fare isterico, infilava stavo lì sul chi vive, ogni tanto allungando la mano dita e le ritraeva sporche di sangue, incredulo, sbigottito. verso il polpaccio nel terrore di trovarlo sfatto in una Gli aiuti e gli assistenti tacevano (come al solito) in atte- gelatina, o mi carezzavo la guancia pronta a incon- sa del ’esplosione, che non venne. Se ne andò, sconfitto. trare una pergamena. E poi c’era la depressione, che Passando per andare a pranzo ci parve che l’ombra sul mi fissava ostile con gli occhi cupi di suor Ildefonsa. labbro superiore di suor Ildefonsa si fosse attenuata.
Ma dopo qualche settimana mi scocciai di stare sul La vecchietta al mio tavolo disse: “Certo, sembrano chi vive, perché non succedeva niente di eclatante.
proprio mestruazioni. Solo che io non ce le ho più da Non mi è venuta la cellulite (insomma, non più di quella che c’era prima), non piango mai, sudo con Ci fu un ridacchiamento. Poi dal ’altro tavolo un’eco: moderazione, il tono muscolare è a posto e anche “Beh, sì anche le mie”. “Già, già. Ho anche un po’ di tutto il resto, quello meno dicibile. L’odioso però nervoso e voglia di dolci,” disse una. “Strano,” disse non è contento, non è tranquillo, ci sono quelle due una terza, “perché l’utero non ce l’ho mica più.” ombre leggere e misteriose sull’ecografia, due fa- Per il resto del a cena si parlò di sesso, nessuna ebbe gioloni dispettosi che lo stanno facendo impazzire. cali di pressione, nessuna fu portata via di corsa sul a Si direbbero proprio due ovaie, non fosse che me sedia a rotel e con gli occhi arrovesciati e la testa pen- le hanno tolte in quanto inutili, e di regola. Dicono zoloni, come succedeva immancabilmente ogni sera. che il primario abbia già fatto cambiare tre ecografi, Nel ’aria, questa volta evidentissimi, sentori di fresie, perché erano rotti, vedeva organi ovunque, organi viole e mughetti. Si dovette aprire la finestra perché rimossi, organi rattrappiti, organi messi al bando, c’era di che sbronzarsi, con quel a primavera fuori sta- esiliati, che riapparivano nei grembi: grossi, turgidi, quasi sfrontati. Dicono anche che abbia cominciato a bere, e la sua mano, un tempo perfetta, tremoli un po’.
Una mia amica che lavora in quel ’ospedale sostie- ne che abbiamo avuto le traveggole, che non esiste nessun ginecologo alto e moro e bel o, e soprattutto gentile. Forse ce lo siamo sognato, tra un gas aneste-tico e l’altro. E che suor Ildefonsa rimane quel cesso mascolino immortalato dal fotografo un anno prima del trapasso. Si è anche scocciata, la mia amica, per-ché l’ho obbligata a salire in reparto e lei ha poi visto che i baffi di Ildefonsa erano ancora lì, un’ombra scu-ra sul labbro imbronciato.
Sinceramente non so proprio che dire, però il fatto

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